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Realizzazione di quattro bassorilievi nella Chiesa Parrocchiale San Giuseppe, Taurianova - RC.
Contemporaneamente all'esposizione di cartoni , bozzetti e disegni esplicativi.
Vedi le fotografie dei Bassorilievi Il Cantico delle Creature
Negli ultimi decenni il rinnovato interesse per l'arte religiosa è stato accompagnato
da ardite sperimentazioni nel campo della ricerca formale.
È' questo il caso dell'opera di Francesco Cento che oggi viene inaugurata e che è
caratterizzata da originali motivi stilistici e iconografici.
Il soggetto è liberamente tratto dal Cantico delle Creature e abbina, in un'apprezzabile
sintesi ermeneutica, messaggio francescano e simbolismo religioso.
L'idea guida si ispira al motivo centrale del testo poetico (il rapporto tra uomo, natura e Dio)
che Cento visualizza efficacemente in coppie di rilievi in terracotta di contenuto teologico e narrativo.
La prima coppia rappresenta la Crocifissione, con la fedele riproduzione del Crocifisso di San
Damiano in "stiacciato" donatelliano, e la Resurrezione, i due principali misteri della redenzione
umana: entrambe le composizioni presentano una struttura simmetrica, centralizzata e paratattica,
che viene però movimentata dallo sfalsamento dei piani plastici, dal diverso aggetto del
rilievo e dal gioco dei chiaroscuri.
L'unità formale è pienamente raggiunta dallo stretto collegamento tra fondo e
figure che genera un sorprendente effetto di metamorfosi della materia.
I raggi divini, che emanano dalla ieratica immagine del Cristo risorto, plasmano le figure dei
discepoli e dei bambini: la loro gioiosa presenza spezza la geometria assiale della scena ed
evoca l'umanità rigenerata dalla luce della grazia.
In maniera analoga, nella Crocifissione, l'apparizione improvvisa della croce mistica a San
Francesco squarcia l'omogeneità della materia e determina un movimento ritmico di linee
ondulate che modificano l'ortogonalità della composizione e che si trasformano nelle
colombe della pace e nei soli divini, simboli della rinascita della vita dalla morte sulla croce.
Con grande abilità e naturalezza, Cento riesce a trasporre sul piano di una convincente
resa formale i contenuti religiosi del Cantico, senza mai eccedere in interpretazioni ermetiche
o allegoriche.
Lo stesso vale per l'altra coppia di rilievi che attiene maggiormente allo spirito cosmico del
testo francescano nella rappresentazione di una natura rigogliosa in armonia con il lavoro dell'uomo.
Le scene della mietitura e della vendemmia, associate ai simboli eucaristici del pane e del vino,
sembrano essere generate dall'acqua e dal fuoco, principi di vita e mezzi di purificazione
spirituale, che San Francesco elogia nella parte centrale del Cantico:
In questi rilievi, Cento potenzia l'effetto di simbiosi formale tra fondo e figure e gioca sul
contrasto fra forme squadrate (la spiga) e forme ondulate (i tralci, gli alberi) in modo da
variare continuamente la struttura compositiva.
Nella Mietitura, la differente inclinazione delle spighe determina il ritmo dinamico della
scena in cui la sapiente variazione del rilievo suggerisce l'illusione dello spazio.
Le figure interagiscono con il piano di fondo da cui gradualmente emergono e la luce scorre sulle
superfici con vibranti effetti di chiaroscuro.
Nella bucolica scena della Vendemmia, quasi una mitica età dell'oro, Cento giunge
addirittura a ingannare l'occhio di chi guarda con alcuni sorprendenti effetti di interconnessione
tra figure e piani del rilievo, come nei due contadini al centro che rispettivamente sembrano
salire su di una scala o schiacciare l'uva in un tino.
Il significato complessivo è riassunto nel dolcissimo gruppo della maternità,
che evoca la purezza formale della scultura fiorentina del '400 e che è l'elemento
centrale della composizione, simbolo della vta che si rinnova nell'equivalenza donna/natura:
L'esecuzione dei rilievi è stata preceduta da una nutrita serie di disegni nella quale
Cento ha studiato sia la struttura generale che i singoli particolari, via via sempre piú
definiti nei loro valori plastici e chiaroscurali.
L'opera finale è quindi il risultato di una lunga elaborazione formale che ha saputo
fondere, in un insieme organico e unitario, resa stilistica e dottrina francescana.
"Altissimu, onnipotente, bon Signore": cosí, con respiro ampio e solenne, si apre il
Cantico del frate di Assisi.
Lo stesso ritmo vigoroso scorre per i bassorilievi di F. Cento, che offrono allo sguardo la
rappresentazione energica e gioiosa della vita.
Se leggiamo i quattro pannelli in successione, come una monodia che sviluppa nel tempo il suo
racconto, il primo elemento a portare "significazione" è proprio quel "frate sole" che S.
Francesco descrive "bellu e radiante cum grande splendore" all'inizio delle "laudes".
Poi, fra un turbinio di nuvole e di voli, davanti agli occhi del Santo si staglia netta la
geometria della croce francescana.
Accanto, "clarite et pretiose", roteano lontane la luna e le stelle, in un "aere nubilo et
sereno" al tempo stesso.
Segue quindi la terra che "ne sustenta et governa"; in mezzo ai suoi frutti uomini e donne
muovono sapienti e tranquilli il loro lavoro: una umanità vigorosa che vive fra l'acqua e
il cielo e trae da se e dalla natura il senso dell'esistenza.
E, nel momento del riposo, "robustoso et forte" come i tronchi della vite, il fuoco riscalda un
padre e una madre che col proprio figlio riposano.
Infine, attorno alla figura radiosa di Cristo Risorto, giocano i bambini.
L'invocazione di S. Francesco "beati quelli... " sembra qui diretto ai figli di questa umanità,
all'infanzia testimone ingenua e inconsapevole dei grandi eventi della storia, a quelli insomma
che, speriamo, saranno più di noi fautori di "pace".
Cosí si chiude l'ultimo bassorilievo, lasciando fuori (o forse nascondendo dietro l'arco
di pietra) il dramma della morte e del peccato che pure S. Francesco cita con forza negli ultimi
versi del Cantico.
Un viso di bimbo guarda gioiosamente verso di noi; forse è un infantile segno di pace,
forse l'indicazione di un naturale collegamento fra il passato e il presente e fra la storia e il futuro.
Ma se leggiamo diversamente l'opera, se, anzich� seguire il racconto, abbracciamo i bassorilievi
con un solo sguardo, entrando nello spazio dell'altare e cogliendo ad un tempo le quattro parti
dell'insieme, il canto diventa una coreografia e tutto muove sincronicamente lo stesso elogio
giubilante alla vita.
Nei pannelli esterni, una di fronte all'altra, sbalzano potenti la Croce e la Resurrezione.
Da questi punti fermi parte una movimentata simmetria: a sinistra gli astri imprimono al cielo
un andamento armonico e potente, a destra i bambini riempiono la casa coi loro giochi chiassosi.
Il santo Francesco e i discepoli, dall'una e dall'altra parte, sembrano contemplare gli eventi,
quasi statuari riferimenti, fisse colonne nella convulsa complessità del creato.
La simmetria continua nelle parti centrali dell'opera: a sinistra un cervo si china simbolicamente
sull'acqua, a destra la scena del focolare pare un presepe.
Entrambe le immagini suggeriscono pause solenni eppure semplici, come semplice è l'atto
di bere o di porsi accanto al fuoco, e danno l'attacco alla danza che si svolge verso il fondo
dell'abside. La danza lenta della terra e del lavoro vede una natura rigogliosa confondersi coi
gesti ritmati dei corpi umani: l'andamento ricorsivo delle forme piene, dei volti e delle membra
che danno vita dolcemente alla linea delle rocce, dei rami, dell'acqua e del fuoco, crea un
insieme pulsante.
In vivace contrappunto le grosse spighe e i grappoli pesanti ripetono le loro forme perfette,
mentre il tappeto dell'acqua e le contorsioni della vite trattengono la coreografia in quadri
densi e compatti.
Ho suggerito dunque due diversi percorsi visivi dell'opera di Cento: una lettura diacronica che
segue i versi del Cantico, una sincronica che coglie nello spazio intero il senso complessivo e
corale della poesia.
A chi scrive non è dato purtroppo di conoscere l'ultima fase del lavoro e chi scrive sa
che solo quando i quattro rilievi saranno inseriti nel contesto a cui sono destinati l'opera
sarà compiuta; fino ad allora l'intervento dell'artista può aggiungere senso e
dare consistenza maggiore alle scelte iniziali.
Questo scritto quindi ha tutti i limiti delle parole che interpretano senza poter tradurre il
linguaggio artistico e in più il limite di non conoscere ancora l'opera nella sua veste
definitiva.
Tuttavia se l'ultima fase di lavoro terrà fede alle premesse e alle promesse del progetto
e del lungo percorso di lavoro che ho avuto l'onore e il piacere di conoscere, penso che l'opera
rivelerà, anche e soprattutto nel suo naturale contesto, una prerogativa che Francesco
Cento ha già evidenziato in molti lavori precedenti: la sua vocazione teatrale.
A riprova di ciò sta proprio il fatto che i rilievi sono leggibili sia in sequenza sia
come spazio organizzato per simmetrie.
In quest'opera entrambi i percorsi sono non solo possibili ma anche convincenti e ciò
tradisce la predilezione per il linguaggio del teatro, che si muove appunto nello " spazio-tempo" della rappresentazione.
Il tema conduttore del rilievo Francesco Cento è il Cantico delle Creature di San Francesco.
La Crocifissione e la Resurrezione sono inseriti come perni, assi compositivi nelle prime due delle
quattro fasce che lo compongono.
Intorno si dilata, esplodendo la luce materica emanata dal Cristo risorto; mentre la Crocifissione
è circondata da un universo in cui sole e luna si trovano all'interno di un'atmosfera
densa, dinamica, che ha un sapore di catastrofe, vicina all'espressionismo dell'Urlo di Munch.
L'energia del "fratello sole" sospinge il volo degli uccelli giganteschi, non meno ansiogeni,
sfreccianti in coro con un moto vorticoso intorno, al Crocefisso francescano. Questo è
reso in lieve prospettica dagli spigoli di sinistra, emergenti dallo sfondo e quelli di destra
affondanti in esso.
Anche Gesú, fatto uomo, sofferente si lega a quell'universo (trappola) a cui si legano
l'uomo, la natura, le cose con un vincolo magicamente psicologico.
"Sorella Luna" è immersa in uno spazio, sciabolato dalle traiettorie delle meteoriti o
delle comete; forse eco di se stessa, che suggerisce la sostanza del creato, dell'universo; una
eco infinita, di una materia infinita incontrollabile e sconosciuta.
San Francesco accolse in s� la terra, la luna, il sole, l'acqua, il fuoco, gli uccelli e persino
il lupo, armonizzando la materia del creato, essa pure creazione divina, con la spiritualità.
E terra e acqua e sole e luna, che riposa dal calore solare, sono, nella poetica dell'autore del
fregio, gli artefici del più grande miracolo della natura.
Esso si ripete con il ripetersi delle stagioni; la semina, la raccolta delle messi e dell'uva.
L'adesione di Francesco Cento al "Cantico" sta proprio nell'amore per le cose vive, create;
sta nella semplicità della sua onestissima vita vissuta insieme alla sua compagna Valeria
e all'amato Paolo loro figlio, in attesa di altri che possano fare la carola, gioiosi e ingenui
come quelli della Resurrezione.
Ama Francesco e lo dice con profondità nel suo lavoro tutto. Ama l'aria, il sole, la luna, l'acqua.
L'uomo nasce, tranquillo riposa nelle braccia della Madre Madonna, davanti al fuoco; l'atteggiamento
è famigliare, protettivo e tenero.
E la tenerezza trova riscontro nell'armonia, in cui la coppia si fonde. I "bambini" sono un soggetto
irrinunciabile per Francesco, esso stesso, adulto, entusiasticamente fanciullo.
Bambini che corrono, giocano a lato del Gesú risorto; uno di essi sembra rendersi conto
d'improvviso e per un istante, di ció che accade; ma il gioco lo richiama.
Alle spalle due uomini del nostro tempo si incontrano in un abbraccio controllato, ignari dell'evento.
Uomo moderno che si allontana da Dio?
A destra di Gesú gli storici, paludati discepoli, volgendo solo il capo, indietro, rispetto al
loro procedere, rivelano una costante umana, la fragilità dell'uomo rispetto alla Fede.
L'uomo si riscatta con la dignità della sua forza: nel lavorare i campi, la creta, nel
mietere il grano, levigare superfici, nel vendemmiare o nel fare il mosto.
Dignitosa la fatica vissuta dall'autore, con poetica serenità, contrastante con
l'apocalisse delle prime due scene.
Le forze dell'uomo sono, tuttavia, vincolate alla materia dell'universo.
Si trasformano, nelle mani di Francesco, in superfici curve, che spesso si risolvono in eleganti
motivi formali; per contrasto, quindi, accentuano il senso della fatica; un esempio è la
muscolatura perfetta della schiena del contadino, che si traduce in un'ala fidiaca che penetra
nella materia delle nuvole o dello spazio; essa è assorbita, fusa fino a farne parte.
La curva della falce e del cappello del contadino si sintonizzano in un andamento ritmico lineare,
che trova risonanza negli altri pannelli.
Spighe di grano ricche, racchiuse in un baccello, come se si "dovessero" ancora riprodurre.
Ognuno contiene semi di vita, ogni uomo genera bambini e tutto accade nell'aria, con l'acqua,
con il sole e la luna.
Tutto matura, cresce e dà frutti.
Tra i frutti, la fede che fluisce dalla sorgente al cervo, allegoria paleocristiana del fedele
che beve alla fonte, esaltazione arcaica di "sorella acqua".
Scene narrate con chiaroscuri e luci taglienti.
Luci impedite dalla presenza umana, tra ideale di una fede pura e indifferenza, sottolineandosi a vicenda.
Qui, materialità della vita, e fede vengono raffrontate.
Il rapporto dialettico che ne deriva è tale sia nell'anima umana, sia nelle forme scolpite, plasmate.
Cosí è nelle rocce angolose, che si fondono con il cilindrico corpo del cervo e si
sciolgono nell'acqua della fonte; diventando linee e superfici curve; o nelle nuvole che si
trasfigurano in muscoli tesi nello sforzo; o nell'aria tempestosa, tramutata in ali di uccelli;
fiamme che simbolicamente evocano un ondeggiante generare (poich� senza calore non c'è
vita); davanti a esse la Madre, sul cui seno riposa dolcemente abbandonato il Bimbo: Giuseppe
veglia in piedi a chiusura della scena, quasi fosse una quinta teatrale.
La vite che sale dalla terra e l'uomo che raccoglie il grappolo dai grandi chicchi, sono tesi
per vincere la gravità. L'altra grande forza è quella che li lega alla sfondo.
L'altro uomo pigia l'uva nel tino la cui ellittica prospettiva crea un'occasione ulteriore di
dialogo tra superfici morbidamente curve e linee armoniosamente nitide.
Francesco Cento è originario di una terra semplice, aspra, ricca, dalle luci accecanti e
dalle ombre nere, povera e preziosa nel contempo. Francesco porta questi contrasti espressivi,
significativi, all'interno della sua opera, in cui non dimentica le delicatezze e le preziosità.
Cosí gli storici discepoli e gli uomini contemporanei, simmetricamente disposti rispetto
al Cristo potrebbero essere le colonne strutturali della composizione; ma gli angoli delle braccia
laiche e le linee chiasticamente curve spezzano la loro compattezza.
Sono scudi alla luce emanata da Gesú, e ne impediscono il diffondersi in uno spazio
unitario e insieme non costruiscono una scansione dello spazio, rigidamente tripartita.
Già l'onda dei bimbi e il timido affacciarsi del fanciullo a destra, solo visivamente
ricollegato agli altri, impossibilitato a raggiungerli, sottolineano la presenza di quel vuoto.
Bimbi e uomini, tranne i discepoli, alitano quotidianità e modernità.
È' un racconto emblematico, del continuo divenire della storia dell'uomo, del suo rapporto
con la religione e con Dio.
Resurrezione di un Gesú solo, isolato proprio da quella luce che vuole emanare; luce
fatta di superfici paraboliche lisce e concave separate da altre piane e complanari.
Tra le prime e queste la soluzione di continuità è sottolineata da cordoni che
danno materia alla luce; traendo qualche preoccupazione stilistica e simbolica.
L'iconografia del Cristo è quella tradizionale, siriaco cristiana.
In questo personaggio le abilità tecniche, accademiche dello scultore trovano spazio
negli ampi drappeggi mentre esprimono nelle parti scoperte del corpo la sofferenza patita.
Di fronte a questo sta il pannello della Crocifissione, la cui croce è direttamente tratta
dall'iconografia francescana.
Essa è risolta prospetticamente con gli spigoli di sinistra in primo piano che spiccano
dallo sfondo, nel quale quelli opposti affondano.
Lo spazio è ampio e vuoto; intorno ad esso si agitano tempestosi gli elementi: astri e uccelli.
Fra questi resta fermo, quasi attonito, rivolto a Dio un piccolo San Francesco, scarno, plumbeo,
nelle pieghe del saio, estatico nel volto e nelle mani protese al cielo.
Gli uccelli sfrecciano e sono il confine tra il vuoto intorno alla Croce e lo spazio cosmico che
sembra voler implodere verso questa.
Cento narra di energie cosmiche e umane utilizzando inverosimili salti espressivi coerentemente
alla dialettica estraneità tra "universo creato" e il piccolo uomo.
L'uomo ha paura del cosmo lontano perch� non lo conosce e tuttavia esso è intorno a lui.
Nell'aria materica, calda e densa, affronta la fatica e lavora.
Riposerà quando la luna darà refrigerio alla terra; e tornerà ai campi
quando il sole la scalderà, ma l'angoscia del creato non cessa.
La mietitura e la vendemmia non sono solo allegorie della fede che dà la vera vita.
Ogni chicco di grano o di uva è frutto di fede e di sudore umano.
La mietitrice, esce all'improvviso fra le spighe piegate dal suo abbraccio, nell'atto di recidere
il grano; mietitrice dal viso dolce, ampio, leale di memoria materna.
Figura forte emergente, nella quale le concessioni formali sono brevi ma sapienti; nelle labbra
dolci, nel cenno di un sorriso e degli occhi pudicamente rivolti alle fatiche, sotto la calura
calabrese, nel lavoro di una terra che da spighe chiuse.
Baccelli e steli forti, a fasci inclinati o verticali scandiscono spazi e figure, avvolgendo queste ultime o essendone avvolti.
La massa di creta che Francesco Cento ha spianata, plasmata è enorme. L'ha composta, fatta essiccare abilmente (non consentendole di aprirsi in crepe), cuocere prevedendone le mosse ed intervenendo con la perizia di un chirurgo che operi un cervello, in cui un minimo errore dà la morte o la paralisi. Tagli, ritiri, condotti di essiccazione e volumi da svuotare e barbottine pronte, evocano alla memoria l'epico sforzo compiuto nelle grandi costruzioni della storia, da grandi masse di schiavi.
Lui è solo però.
Ore e ore di lavoro delle mani, delle spalle, delle braccia, in piedi; ora a mani nude, ora con
gli strumenti: le stecche ormai stanche dell'Accademia e per i lunghi anni trascorsi fra quel
tempo e oggi, sempre lavorando, consumandone l'acciaio.
Le nuove pregevoli stecche, rendono felice e orgogliosamente giocoso Francesco: esse sono state
eseguite da un esperto, per un non meno esperto di materiali e di arnesi con cui scavare,
levigare, dare forma, rendere scabra una superficie. Ogni mossa è pensata; crea un effetto;
essa viene valutata e rielaborata e ancora valutata e rielaborata.
Sequenze operative, scrupolosamente studiate, anche attraverso una miriade di disegni grandi,
espressivi, potenti lavoro.
È' straordinaria la capacità di Cento di non lasciarsi condizionare, di non
innamorarsi acriticamente del primo risultato.
Si veda come lo studio della mietitrice vista inizialmente a figura intera cosí efficace
nel cartone ma, ridondante nel messaggio, sia diventata un punto di forza espressiva, centrale,
per la sua essenzialità.
Sono visibili di essa la testa e la spalla, il braccio destro la cui mano impugna il falcetto.
Francesco Cento affronta con vitalità mole di lavoro, sostenuto dalla fiducia nelle
abilità manuali e nella fatica che dà frutti. Continua nel tempo a crescere,
maturando abilità e sentimenti espressivi, senza perdere nella vastità dell'opera
i ritmi ondeggianti, le linee di forza divergenti e contrapposte; elementi compositivi
vigorosamente usati dall'autore.
Armonia e contrasto, luce e ombra, aggetto e superficie sono termini di un discorso con s�
stesso che si modifica nel tempo, nel suo fare: qui il "Cantico delle Creature" � personalizzato,
nella instancabile appassionata fedeltà alla vita e all'arte dell'uomo-artista.
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